Nei precedenti articoli, io e Antonella, abbiamo parlato di Agenda 2030 soffermandoci sull’analisi di uno specifico obiettivo o sul metodo che le aziende possono applicare per integrare i Goal all’interno della propria filosofia aziendale. Oggi, però, vorrei fare un piccolo passo indietro e riflettere insieme a te sulla posizione assunta dall’Italia nei confronti dell’Agenda 2030 e sul suo impegno per il raggiungimento degli SDGs.

L’Italia e l’Agenda 2030

Come si evince dal Rapporto ASviS 2020 la situazione nel nostro Paese, purtroppo, non si discosta molto rispetto a quella internazionale, che registra uno scarso impegno da parte delle Nazioni per il raggiungimento degli SDGs a causa di scelte politiche poche coraggiose e piani di investimento mal progettati.

Le soluzioni adottate sia dal settore pubblico che privato non sono minimamente all’altezza delle aspettative con cui è stata redatta l’Agenda 2030.

Il Rapporto evidenzia che fra il 2010 e il 2019 l’Italia ha registrato dei significativi miglioramenti in 8 aree:

  • alimentazione e agricoltura sostenibile,
  • salute,
  • educazione,
  • uguaglianza di genere,
  • sistema energetico,
  • innovazione,
  • modelli sostenibili di produzione e consumo,
  • lotta al cambiamento climatico.

Al contempo, però, 6 aree sono nettamente peggiorate. Si tratta dei campi riguardanti:

  • povertà,
  • acqua,
  • condizione economica e occupazione,
  • disuguaglianze,
  • ecosistema terrestre,
  • cooperazione internazionale.

Situazione stabile, invece, per SDGs 11: Città e comunità sostenibili, SDGs 14: Vita sott’acqua, SDGs 16: Pace, giustizia e istituzioni solide. Inoltre, anche rispetto ai 21 Target che l’Italia avrebbe dovuto raggiungere entro il 2020, la situazione appare molto deludente, in quanto non si è verificato nessun miglioramento per quanto riguarda la riduzione delle vittime di incidenti stradali, del numero di NEET (giovani che non studiano e lavorano) e dell’adozione di piani strategici per la gestione dei disastri naturali e per la difesa della biodiversità.

Agenda 2030: Italia vs altri Paesi del mondo

Comparando la situazione italiana con quella degli altri Paesi del mondo, l’Italia nell’SDGs Index Score 2020 si posiziona al 33° posto con un punteggio pari a 77. Un punteggio discretamente buono se si considera che il range di valutazione va da 0 a 100. I Paesi con una valutazione vicina allo 0 hanno fatto scelte ben lontane dai target dello sviluppo sostenibile, mentre chi registra un punteggio vicino al 100 è un Paese che ha adottato politiche di intervento coerenti con gli obiettivi dell’Agenda 2030.

Alla luce di quanto detto finora è evidente che il percorso intrapreso delle potenze economiche non è sufficiente. Per questo motivo le Nazioni Unite, anche alla luce degli effetti dell’emergenza Covid 19, ha introdotto un’importante novità: la Decade of Action.

Decade of Action: 3 obiettivi da raggiugere in tempi brevi

La Decade of Action è:

“un programma che prevede soluzioni accelerate per tutte le maggiori sfide richieste dagli SDGs, che vanno dalla povertà alle questioni di genere, al cambiamento climatico e alle disuguaglianze. La Decade of Action, in sintesi, è un’opportunità per correggere la rotta”.

Amina Mohammed, vicesegretario generale Onu, in un briefing informale del 19 dicembre 2019, riportato nell’editoriale ASviS a cura di Donato Speroni.

Il piano prevede diversi campi di azione, in cui alle soluzioni globali per lo sfruttamento efficiente delle risorse si affiancheranno azioni messe in atto dai singoli Stati. La Decade of Action vuole stimolare politiche sostenibili, ma anche sollecitare un impegno individuale da parte della società civile (in particolare giovani, media e settore privato).

Tre sono, in particolare, gli obiettivi da raggiungere in tempi brevi per conseguire i traguardi previsti dagli Accordi.

  1. Le istituzioni e le imprese devono ripensare la narrazione degli obiettivi dell’Agenda 2030 e le questioni che coinvolgono la popolazione giovanile. Ciò è possibile solo mettendo in atto strategie comunicative efficienti e multilivello e integrate fra media, social e policy maker.
  2. Le Nazioni devono stabilire obiettivi sempre più ambiziosi da raggiungere. Devono rafforzare il proprio impegno alla lotta al cambiamento climatico, adottare politiche più incisive per tutelare la biodiversità, incrementare i trasporti sostenibili e rafforzare l’uguaglianza di genere. Fissare KPI con cui monitorare costantemente le proprie performance di sviluppo sostenibile è uno strumento utile per quantificare, ricercare e garantire le risorse economiche necessarie per il cambiamento.
  3. Tutti gli attori dello sviluppo sostenibile devono puntare al raggiungimento di risultati concreti e immediati.

Green Deal: le linee guida dell’Unione Europea per l’Agenda 2023

Come, quindi, l’Italia può orientarsi più facilmente per compiere scelte incisive in linea con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile?

Seguire con coerenza e attenzione le linee guide dell’Unione Europea sarebbe già un gran passo. Non è un mistero. L’Unione Europea ha posto gli Obiettivi dell’Agenda 2030 al centro del suo processo di elaborazione e attuazione delle politiche europee, segnando un chiaro distacco rispetto al passato e al resto del mondo.

Possiamo affermare che il manifesto programmatico di questo impegno è racchiuso all’interno del Green Deal. Non è un semplice documento, ma un vero e proprio piano strategico di azioni politiche e sociali da compiere. In maniera molto sintetica il Green Deal prevede che l’Unione Europea:

  • diventi il primo continente ad impatto climatico zero entro il 2050,
  • protegga ogni forma di vita esistente riducendo l’inquinamento,
  • supporti le imprese affinché modifichino i loro impianti produttivi, incoraggiandole ad introdurre tecnologie più avanzate e materiali sempre più green,
  • contribuisca a realizzare una transizione economica più pulita e giusta.

Sono sicuramente obiettivi molto ambiziosi e coraggiosi quelli che l’Unione Europea si augura di raggiungere. per farlo ha previsto un sostegno finanziario e assistenza tecnica ai propri Stati membri mettendo a loro disposizione un fondo di almeno 150 milioni di euro. Una cifra davvero considerevole da sfruttare fino all’ultimo centesimo!

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